I diritti inalienabili e la Coca-Cola: i condizionamenti cognitivi nella storia (e in finanza)

Dal libro dello storico Y. N. Harari, "Sapiens - Da Uomini a dèi", alcune riflessioni in ambito di finanza comportamentale. Quanto le nostre scelte sono libere e quanto sono condizionate da elementi esterni?

La lettura del libro dello storico Y. N. Harari, “Sapiens – Da animali a dèi”, mi ha dato molti spunti di riflessione. Scritto in uno stile fluido e mai noioso – nonostante percorra la storia dell’Homo Sapiens per migliaia di anni – e costellato di notizie e curiosità interessanti, il saggio di Harari dà una visione dell’evoluzione dell’uomo e del sistema sociale, economico e culturale che l'uomo ha costruito nei millenni piuttosto originale. Secondo Harari, infatti, lo sviluppo delle regole sociali che ha accompagnato l’evoluzione dell’Homo Sapiens si basa essenzialmente su un “ordine immaginario” fondato su fenomeni non oggettivi né reali, ma intersoggettivi, cioè riconosciuti e accettati dalla collettività. “Molti dei più importanti motori della storia sono intersoggettivi”, scrive lo storico, riferendosi per esempio alle leggi, alle religion. A ben vedere, prima di Harari, lo stesso Thomas Hobbes, con la sua famosa frase “homo homini lupus” aveva chiaramente fatto intendere che, senza una convenzione sociale esterna e riconosciuta (e/o imposta alla collettività), la convivenza tra le persone non sarebbe stata possibile. Ma torniamo al libro di Harari, quando parla per esempio dei diritti inalienabili e del fatto che, su un piano oggettivo, essi non esistono. “In biologia”, sottolinea Harari, “non esistono cose come i diritti. Ci sono solo organi, capacità e caratteristiche […]. Anche la libertà è una cosa che la gente si è inventata e che esiste solo nella sua immaginazione […].” Gli stessi desideri personali sono perlopiù programmati dall’ordine costituito immaginario. Per esempio, lo slogan che la Coca-Cola ha commercializzato per la Diet Coke (“Diet Coke. Do what feels good” – “Fa’ quello che senti sia bene”) è per il nostro autore una combinazione di miti consumistici e miti romantici. Questo vuol dire che, anche nelle scelte che riteniamo più individuali e personali o nell’analisi di fenomeni che riteniamo oggettivi (come il riconoscimento dei diritti) rischiamo di dover fare i conti con condizionamenti cognitivi. E se è questo è vero nella vita di tuti i giorni, perché non dovrebbe esserlo anche in finanza comportamentale? Quanto delle nostre scelte in ambito finanziario è dettato da un’analisi oggettiva dei dati e dalle prospettive future di crescita di un dato settore economico, per esempio; e quanto invece le nostre scelte sono condizionate dal “sentire comune”? Quando, nel corso del 2018, i media hanno diffuso notizie catastrofiche sull’andamento negativo dei mercati finanziari globali, quanto di ciò che veniva comunicato era oggettivo e quanto frutto della visione del momento? La finanza comportamentale ha proprio questo scopo, cioè rivelare i meccanismi nascosti dietro le scelte finanziarie degli investitori. C’è da ritenere che, oltre ai meccanismi inconsapevoli personali, le nostre scelte siano condizionate anche da meccanismi più antichi, ancestrali e collettivi. Il libro di Harari ne svela alcuni in un lungo viaggio nel tempo.

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